Ed è qui che la questione diventa molto concreta, anche in una realtà come la Banca d’Italia, dove a oggi manca ancora qualcosa.
Nei suoi documenti la Banca parla molto di innovazione, efficienza, agilità, qualità dei servizi, capitale umano e presidio dei rischi. Parla molto meno delle ricadute più concrete sul lavoro: quali attività cambieranno davvero, quali ruoli verranno ridefiniti, come si redistribuiranno carichi e responsabilità, quali competenze diventeranno essenziali e quali garanzie ci saranno su trasparenza e qualità delle decisioni.
Per questo l’intelligenza artificiale non può restare solo una questione tecnica. Quando entra nei processi di lavoro, diventa una questione di organizzazione, professionalità, formazione, tempi, carichi, trasparenza e responsabilità. In altre parole, diventa anche una questione sindacale.
Se l’AI cambia il lavoro, il tema va al tavolo
Le regole sindacali lo prevedono già: se innovazioni tecnologiche e cambiamenti organizzativi incidono sul rapporto di impiego, si apre il confronto negoziale.
«Qualora da tali interventi dovessero discendere modifiche degli istituti regolamentari concernenti il rapporto d’impiego del personale, troveranno applicazione le previsioni in tema di contrattualizzazione del rapporto d’impiego».
È per questo che chiediamo di affrontare l’argomento adesso, non quando le scelte saranno già consolidate. L’intelligenza artificiale non va né celebrata né subita. Va capita, discussa e governata. E va fatto in tempo. Per questo abbiamo chiesto all’Amministrazione di aprire un tavolo di confronto dedicato alle ricadute dell’intelligenza artificiale sul lavoro.