“È la gavetta”: la maschera sociale di una violenza che non riconosciamo

La parola “gavetta” viene spesso usata per giustificare pratiche che nulla hanno a che fare con la formazione: mansioni personali, rinunce ai diritti, pressioni presentate come inevitabili.
È una cultura che ricorda il nonnismo da cui il termine nasce: un rito di obbedienza più che un percorso di crescita.

Il problema non è solo contrattuale: è culturale.

Con questo contributo inauguriamo uno spazio dedicato alle questioni etiche e umane del lavoro.

Invitiamo colleghe e colleghi a condividere riflessioni, esperienze o segnalazioni: anche le discussioni di principio, quelle che sembrano astratte o filosofiche, aiutano a fare buon sindacato.
Perché riportano al centro i diritti, permettono di riconsiderare prassi consolidate, spingono a riflettere sulle questioni di fondo, a farsi domande e a non dare tutto per scontato.

Oggetto:

Le parole del lavoro

Data di riferimento:

1 Dicembre 2025

Episodio:

1

Notizia:

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“È la gavetta”: la frase che maschera tutto

Come la società trasforma forme di violenza e sopraffazione verso chi entra nel mondo del lavoro in una tappa ritenuta inevitabile. Perché è un problema culturale, prima ancora che contrattuale.

In Italia la parola “gavetta” viene spesso usata per descrivere l’inizio di un percorso professionale: una fase in cui si osserva, si impara, si commettono errori e si cresce.
Questa è la gavetta formativa, una parte normale del lavoro: nessuno nasce esperto.

Accanto a questa, però, esiste un’altra realtà molto più diffusa e raramente nominata: una gavetta che di formativo non ha nulla.
Una fase in cui non si impara: si subisce.

Non è solo una condizione iniziale meno retribuita o meno qualificata: è una sospensione implicita di alcuni diritti fondamentali — tempo, sicurezza, autonomia — giustificata da un messaggio culturale potente: “all’inizio bisogna sopportare”.
È su questo punto che vale la pena fermarsi.

Chi abusa non parla di “gavetta”: lo fanno gli altri quando ascoltano

Una delle cose che colpiscono, osservando molte di queste situazioni, è che chi compie l’abuso non lo chiama mai “gavetta”.
Non dice: “Adesso ti faccio fare una cosa impropria perché è la gavetta”.

Semplicemente esercita il proprio potere.

Il termine “gavetta” compare solo dopo, quando chi ha subito racconta ciò che è accaduto. Ed è lì che molte persone — spesso in buona fede — rispondono:

  • “È normale, ci siamo passati tutti.”

  • “Serve a farsi le ossa.”

  • “Finché sei giovane non puoi lamentarti.”

Questa normalizzazione retroattiva è il cuore del problema: sposta la responsabilità da chi abusa a chi subisce.

Una dinamica che ricorda il nonnismo

La logica somiglia a quella del nonnismo: non tanto per la gravità dei casi, quanto per il meccanismo culturale.

  • C’è un rito d’ingresso.

  • Chi lo ha vissuto tende a giustificarlo.

  • Chi è nuovo non può protestare.

  • Il silenzio viene richiesto, accettato e tramandato.

Così una pratica nata come “inizio del lavoro” diventa un dispositivo culturale di riduzione all’obbedienza e di temporanea — ma sostanziale — abdicazione dei propri diritti inviolabili.

L’esempio di mia figlia: lo stage artigianale

Queste considerazioni sono nate ascoltando l’esperienza di mia figlia durante uno stage:
mansioni non pertinenti, richieste personali, scarsa sicurezza, riposi inesistenti, atteggiamenti invadenti.
Nulla a che fare con l’apprendimento di un mestiere.

Ma ciò che mi ha colpito di più sono state le reazioni:
“È così dappertutto.”
“Se non sopporti non ti prenderanno mai.”
“È gavetta.”

Una frase che funziona quasi come un’autoassoluzione collettiva: se tutti l’hanno subita, allora non può essere abuso.

Quando il malessere non è considerato legittimo finché non si arriva all’estremo

C’è un dettaglio che rende ancora più evidente quanto il fenomeno sia normalizzato.
Quando mia figlia ha raccontato alla responsabile del corso e a un imprenditore di fiducia il disagio vissuto durante lo stage — mansioni improprie, pressione, sicurezza assente — la prima domanda che ha ricevuto è stata:

«Ti hanno abusata sessualmente?»

Alla sua risposta negativa, la conversazione cambiava tono, quasi a dire che tutto il resto non fosse sufficiente per giustificare la richiesta di interrompere lo stage.

E lei, giustamente, ha risposto:
«Ma si deve arrivare a questo per potersi lamentare?»

Questa reazione racconta bene l’idea, molto radicata, che l’abuso di potere, la pressione psicologica, l’intimidazione, l’assenza di sicurezza e la svalutazione non siano forme di violenza.
Finché non si arriva all’estremo — molestie, aggressioni — tutto il resto viene assorbito nella parola “gavetta”.

Per gli uomini è ancora peggio: non avendo una categoria socialmente riconosciuta di “abuso estremo”, restano senza alcun codice legittimo per esprimere un malessere.
Il risultato è che tutto ciò che non è reato penale diventa “normale”, inevitabile, e “parte del mestiere”.

Un fenomeno trasversale: è successo anche alla mia generazione

Ragionando su questi episodi, mi sono accorta che ne avevo vissuti anch’io, anni fa.
Allora non li avevamo chiamati “abusi”: semplicemente non avevamo il linguaggio per farlo.

Ricordo una capo ufficio che mi chiedeva di battere al computer i riassunti che lei preparava… per il figlio.
Ricordo colleghi mandati a fare commissioni personali dei capi, con un messaggio implicito e chiarissimo:
“Chi vuole crescere deve dimostrarsi disponibile.”

La dinamica era identica:
compiti non pertinenti, nessuna relazione con la formazione, e un clima in cui la disponibilità — non la competenza — diventava condizione per non essere penalizzati.

È significativo che queste pratiche compaiano a distanza di decenni, in contesti diversi e in generazioni diverse.
Segno che non si tratta di “casi isolati”, ma di un modello culturale radicato.

Cosa dicono i media: precariato sì, cultura dell’abuso molto meno

Esistono articoli che mettono in discussione la “gavetta tradizionale” (changes.unipol) o la descrivono come strumento di potere (Policlic).
Ma manca quasi sempre un tassello fondamentale:
l’analisi della normalizzazione sociale dell’abuso, quella dinamica per cui ciò che sarebbe inaccettabile a trenta o quaranta anni diventa improvvisamente “normale” a venti.

Non è solo precariato.
Non è solo mancanza di tutele.
È un immaginario collettivo che trasforma la sopportazione di abusi in un dovere.

Apprendistato sano (formativo)

✔ Diritti rispettati

✔ Mansioni coerenti

✔ Sicurezza garantita

✔ Presenza di un tutor

✔ Errori come parte dell’apprendimento

✔ Relazione di rispetto reciproco

➜ Si cresce, si impara.

“Gavetta” abusiva (non formativa)

✘ Mansioni personali o irrilevanti

✘ Rinuncia implicita ai diritti (riposi, orari, sicurezza)

✘ Relazioni paternalistiche o svalutanti

✘ Intimidazioni e pressioni

✘ Giustificazione sociale retroattiva

✘ “Disponibilità” usata come metro di giudizio

➜ Si obbedisce, ci si abitua a tacere.

Perché è un problema e cosa possiamo fare

È un problema …

Perché la prima rinuncia ai diritti crea un precedente.
Perché chi impara a tacere all’inizio farà più fatica a parlare dopo.
Perché una cultura del lavoro che vede il giovane come “concessione temporanea” e non come lavoratore in formazione è una cultura che indebolisce l’intero sistema.

Cosa possiamo fare (come società e come sindacato)
  • Dare un nome alle pratiche abusive.

  • Non minimizzare quando una giovane o un giovane racconta un disagio.

  • Pretendere stage con tutele reali.

  • Intervenire soprattutto nelle piccole realtà, spesso invisibili.

  • Promuovere la cultura della formazione vera, non della subordinazione.

  • Dare voce a chi inizia, senza chiedergli di adattarsi al peggio.

La FABI-BI c'è

Una “gavetta” che non aiuta a crescere e chiede solo obbedienza non è un passaggio naturale: è una pratica che nel tempo abbiamo imparato a considerare normale, ma che normale non è.
Rimettere ordine nelle parole è il primo passo per cambiare le cose.

Ci impegniamo per una cultura del lavoro basata sulla formazione reale, sulla sicurezza e sul rispetto delle persone, in ogni fase del percorso professionale.

Hai vissuto una “gavetta” — come studente, stagista o lavoratore/lavoratrice — che assomigliava più a una forma di violenza o sopraffazione che a un vero apprendistato?
Se vuoi, puoi raccontarcela in forma riservata: ascoltare queste esperienze ci aiuta a riconoscere ciò che troppo spesso viene presentato come normale.

E se vuoi proporre un tema di riflessione, condividere un’esperienza personale o suggerire un argomento da approfondire in questa nuova serie, siamo qui.

Scrivi a: segreteria@fabi-bi.it

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Una risposta

  1. Dalla Stampa del 23 dicembre.
    Interventi sulla legge di bilancio (…)

    Nel testo uscito dalla commissione – che recepisce tutte le modifiche approvate – è spuntato un emendamento che salva gli imprenditori condannati dai giudici per aver sottopagato i lavoratori.
    Si tratta di una sorta di scudo che esenta le imprese dal pagamento degli arretrati a seguito del ricorso di un dipendente. Scoppia la bufera, con le opposizioni e i sindacati in prima linea contro questa misura. In serata la commissione bilancio si riunisce e ritira l’emendamento di Fratelli d’Italia, che peraltro era stato ripresentato dopo essere stato già bocciato dal decreto Ilva.

    Gavetta e sfruttamento legalizzato

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