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Quando un diritto viene raccontato come una possibilità da concedere, bilanciare o adattare caso per caso, siamo già dentro il problema. La tutela della genitorialità non può dipendere dalla sensibilità del capo o dalla benevolenza dell’organizzazione. I diritti di cura esistono perché rispondono a bisogni concreti e a doveri precisi. Per questo vanno riconosciuti, protetti e resi effettivi.
Una policy sulla genitorialità può parlare di attenzione, serenità, valorizzazione e non penalizzazione. Ma perché queste parole diventino tutele reali servono criteri chiari, tempi definiti e responsabilità verificabili. In questo articolo analizziamo alcune formule vaghe della policy per capire se proteggono davvero le persone al rientro da un congedo o se lasciano troppo spazio all’interpretazione di chi decide.
Formule come “ove possibile”, “compatibilmente con” o “sarà valutato” non compaiono solo nelle policy: attraversano regolamenti, norme interne, riorganizzazioni e comunicazioni istituzionali. Il problema non è la flessibilità in sé, ma l’assenza di criteri, tempi e responsabilità chiare.
Da Calvino (antilingua) a Cassese (Codice di stile): capirsi è un dovere. “Sinergie”, “semplificazioni”, “eccellenze”: se non sono legate a indicatori chiave di prestazione (KPI) e responsabilità, restano slogan. Nell’articolo spieghiamo perché l’opacità si paga e come evitarla con una checklist semplice. Mostriamo anche esempi tratti da un testo reale, per riconoscere il fumo e diradare la nebbia.