Nel videopodcast vengono illustrate le linee guida per il rientro dal congedo, individuando tre «ingredienti»: dialogo, gradualità, effettività. Tutte cose condivisibili, ma il modo in cui vengono presentate merita attenzione.
Il rientro virtuoso viene descritto come il frutto delle esperienze osservate sul campo e della capacità del capo di «fare la differenza». È il capo «la persona che governa il contesto lavorativo» e che «adotta ogni azione necessaria» mantenendo i contatti durante il congedo e assicurando un rientro coerente con il percorso professionale. Viene spiegato che le linee guida «riprendono quelle che sono le esperienze più virtuose che noi abbiamo riscontrato».
Tutto vero. E tutto, indirettamente, problematico.
Non si tratta solo di quanto viene detto nel videopodcast. È la policy scritta a confermarlo. Il testo pubblicato il 13 marzo affida al capo diretto ogni passaggio cruciale: prima del congedo «adotta ogni azione necessaria per consentire alla futura mamma di affrontare con serenità questo periodo»; al rientro «assicura che il rientro del/la collega sia graduale ma effettivo»; sugli incarichi «assicura — in coordinamento con il capo della Struttura — che l’assegnazione di incarichi rilevanti risulti coerente con il percorso svolto fino al congedo». E sulla valutazione complessiva: «il dialogo e i feedback orientano il Capo diretto verso il migliore compromesso possibile tra doveroso rispetto delle scelte di conciliazione e stimolo continuo alla ripresa del percorso di crescita».
Il migliore compromesso possibile. Secondo chi? In base a quali criteri? La policy non lo dice. Lo decide il capo, caso per caso.
Perché se il rientro senza scalini dipende dal capo che «fa la differenza», allora non è un diritto garantito: è una lotteria. Se la continuità del percorso professionale dipende dal compromesso che il responsabile ritiene migliore, allora chi ha la sfortuna di avere un capo meno illuminato è semplicemente sfortunata o sfortunato.
Le buone pratiche sono utili. Ma non sostituiscono le garanzie. Un diritto che si ottiene solo in presenza delle condizioni favorevoli non è un diritto: è un favore.