Letta attraverso questa lente, la policy sulla genitorialità diventa un oggetto di analisi estremamente interessante.
Prevenire – eventuali – effetti penalizzanti
Già nelle premesse compare una frase che colpisce favorevolmente: “L’obiettivo è prevenire eventuali effetti penalizzanti sul percorso di crescita professionale e di carriera.”
È difficile non essere d’accordo. Chi potrebbe contestare un principio del genere?
Ma se si prova a tradurre quella promessa in termini operativi, emergono subito le prime domande. Cosa significa esattamente “prevenire”? Quali effetti sono considerati penalizzanti? Un avanzamento di carriera rallentato di sei mesi rientra nella definizione? E di un anno? Esiste un criterio di verifica?
La frase funziona perfettamente sul piano simbolico, molto meno su quello applicativo. Comunica tutela, ma non definisce parametri.
Non dovrebbe – ma comunque significativi
Lo stesso schema ritorna quando il documento afferma che “la genitorialità non dovrebbe costituire di per sé causa di rallentamento”.
Qui la scelta del verbo è tutt’altro che irrilevante.
Nel linguaggio normativo, dire che qualcosa “non deve” accadere significa introdurre un vincolo. Dire che “non dovrebbe” accadere significa formulare un auspicio. La differenza è enorme.
Chi legge percepisce una protezione; chi applica conserva una notevole discrezionalità.
Un altro esempio interessante compare quando si parla di periodi
“inferiori, ma comunque significativi”.
“Significativi” secondo quale misura? Trenta giorni? Sessanta? Tre mesi?
Parole come questa hanno una forza particolare perché sembrano ragionevoli. Nessuno le trova assurde. E proprio qui sta la loro efficacia: evocano buon senso senza impegnarsi in definizioni precise.
Ogni azione necessaria – con serenità
Lo stesso vale per formule apparentemente forti come “il Capo diretto adotta ogni azione necessaria”.
A prima vista sembra un’espressione robusta, quasi totalizzante.
Ma “necessaria” secondo chi? In base a quali criteri? Se una misura non viene adottata, come si dimostra che fosse necessaria?
Paradossalmente, certe formulazioni molto solenni possono offrire più protezione a chi scrive che a chi dovrebbe beneficiarne, proprio perché la loro ampiezza le rende difficili da contestare.
In altri punti il lessico cambia registro e diventa quasi relazionale. Si legge, per esempio, che occorre consentire alla futura madre di affrontare il periodo
“con serenità”.
La parola è bella. Anche umanamente apprezzabile.
Ma in una policy organizzativa cosa significa concretamente “serenità”? Come si misura? Quali condizioni oggettive la garantiscono?
Qui il linguaggio produce vicinanza emotiva, ma non necessariamente tutela verificabile.
Adeguato – ove possibile
Un termine classico della comunicazione organizzativa è poi “adeguato”, come nell’espressione “adeguata conciliazione vita privata-lavoro”.
È una parola onnipresente nei documenti istituzionali perché comunica equilibrio e ragionevolezza.
Ma adeguato per chi?
Per il responsabile? Per l’HR? Per il dipendente? Per la Banca?
L’assenza di definizione sposta inevitabilmente il potere interpretativo su chi decide caso per caso.
Lo stesso meccanismo si ritrova in formule come
“se opportuno”,
“ove possibile”,
“ove opportuno”.
Sono espressioni elegantissime dal punto di vista retorico, perché consentono di dichiarare apertura e disponibilità senza assumere un obbligo rigido.
Dire
“sarà previsto” è una promessa verificabile.
Dire “potrà essere previsto ove opportuno” è qualcosa di molto diverso.
Graduale – ma effettivo – miglior compromesso possibile
Anche passaggi apparentemente positivi come “un rientro graduale ma effettivo” meritano attenzione.
“Graduale” è una parola rassicurante. Suggerisce accompagnamento, attenzione, buon senso.
Ma graduale quanto?
Una settimana? Un mese? Tre mesi?
Ed “effettivo” cosa implica? Rientro pieno? Progressivo? Parziale?
Senza criteri condivisi, anche formule ben intenzionate restano semanticamente persuasive ma operativamente opache.
Un caso quasi emblematico è l’idea del
“migliore compromesso possibile”.
È difficile immaginare un’espressione più ragionevole.
Eppure, proprio per questo, è anche quasi impossibile da contestare.
Migliore secondo quale criterio? Possibile in base a quali vincoli? Come si bilanciano esigenze produttive, diritti individuali, continuità organizzativa e prospettive di carriera?
La formula rassicura, ma non stabilisce alcun metodo di valutazione.