La vaghezza non è solo una questione di stile e non riguarda semplicemente frasi un po’ imprecise o testi scritti male.
In linguistica, la vaghezza è la proprietà di un enunciato che non consente di determinarne con precisione il contenuto. Nella comunicazione istituzionale e organizzativa, però, assume un significato più specifico, perché spesso non deriva da un errore involontario ma da una scelta deliberata. La vaghezza serve a lasciare margini di interpretazione, a evitare vincoli troppo rigidi e a mantenere aperti spazi decisionali.
Espressioni come “ove possibile”, “compatibilmente con le esigenze organizzative”, “saranno valutate le condizioni”, “qualora se ne ravvisi la necessità” o “tenuto conto del contesto” non sono formule neutre. Spostano il peso della decisione da un diritto definito a una valutazione successiva, spesso rimessa a soggetti o criteri che restano impliciti.
Questa impostazione può assumere forme diverse. Talvolta i soggetti responsabili scompaiono dietro formule impersonali e non si capisce chi debba decidere o assumersi la responsabilità di una scelta. In altri casi i tempi restano indefiniti e tutto viene collocato “a breve”, “nel prossimo futuro” o “in tempi ragionevoli”, senza che vi sia una reale possibilità di verifica. In altri ancora sono le regole stesse a rimanere talmente elastiche da consentire applicazioni molto diverse tra loro, oppure i criteri di valutazione risultano così opachi da rendere difficile comprendere sulla base di quali parametri si assegnino opportunità, incarichi o riconoscimenti.
Il problema non è la presenza di queste formule in sé. Il problema nasce quando le formule diventano l’ossatura del testo e non sono accompagnate da criteri chiari, tempi certi e responsabilità individuabili. In quel momento la vaghezza smette di essere uno strumento di flessibilità e produce uno squilibrio informativo, perché l’organizzazione conserva ampi margini di discrezionalità mentre chi lavora dispone di meno elementi per comprendere ciò che può realmente aspettarsi.
La vaghezza non è sempre un male
La vaghezza, in sé, non è sempre un problema e sarebbe riduttivo considerarla automaticamente un difetto della comunicazione organizzativa.
Sarebbe infatti ingenuo negare che, in determinati contesti, una certa dose di vaghezza abbia una propria razionalità. Le istituzioni complesse operano dentro equilibri regolatori, organizzativi e talvolta anche politici che cambiano rapidamente. Una formulazione troppo rigida può vincolare decisioni future, esporre l’organizzazione a conflitti evitabili o generare aspettative che poi non si riesce a soddisfare.
In diversi casi la vaghezza consente di evitare irrigidimenti eccessivi, di tenere conto della varietà delle situazioni concrete e di lasciare spazio a soluzioni ragionevoli in contesti in cui non tutto può essere previsto o regolato in modo meccanico. Da questo punto di vista funziona anche come una forma di protezione istituzionale, perché permette di comunicare orientamenti e obiettivi senza assumere impegni troppo dettagliati in anticipo.
Tuttavia, questa stessa flessibilità diventa critica quando non è accompagnata da regole chiare. Una formulazione ampia, se non esplicita chi prende le decisioni, secondo quali criteri, con quali tempi e con quali garanzie, rischia di trasformarsi in una fonte di incertezza più che di equilibrio.
Il nodo non è quindi eliminare ogni margine di adattamento, ma fare in modo che esso sia riconoscibile, tracciabile e sottratto a logiche arbitrarie.
Il vocabolario della vaghezza
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I colori distinguono diverse famiglie di formule vaghe — siepi temporali, siepi di misura, agenti invisibili, tautologie istituzionali e altre ancora.
Nei prossimi articoli le esploreremo una per una, con esempi tratti da documenti reali.