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Vita e morte di una cedola
Episodio I
La nascita della cedola
Piccola epopea cartacea dei permessi sindacali

Nacqui a Via Nazionale, nel luogo dove le cose di carta vengono al mondo con la serietà che si riserva ai destini importanti.

Non ero sola. Attorno a me c’erano sorelle di ogni tipo: alcune destinate ai permessi nazionali, altre ai permessi locali. Ma nessuna nasceva libera. Venivamo al mondo già assegnate a una sola sigla, riconoscibili dal nome stampato addosso, dal colore del vestito e dal numero che ci avrebbe accompagnate per tutta la vita. In questo mondo perfino un quarto d’ora, per esistere, doveva avere un corpo e una dignità tipografica.

Poi, come ogni nascita non clandestina, arrivava l’anagrafe. Nei grandi libri delle cedole si annotava tutto: paternità, anno di nascita, tipologia, numerazione, quantità assegnata. Nulla sfuggiva. La nostra biografia amministrativa cominciava ancora prima della vita vera.

Naturalmente, neppure questo piccolo regno di carta era immune dagli errori. E allora cominciavano gli aggiustamenti: se i conti non tornavano, si correggevano; se mancava qualcosa, si richiedeva; se c’era troppo, si eliminava. Alcune mie sorelle sparirono così, senza neppure arrivare all’uso, al modulo, alla futura punzonatura. Morti in culla, sì, ma con irreprensibile rigore amministrativo.

Io invece ero sopravvissuta. Ed era già abbastanza per capire che la mia vita non sarebbe stata libera. Sarebbe stata tracciata.

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Poi venne l’attesa. Restammo ferme per settimane, forse per mesi, già nate ma non ancora vissute. Perché la burocrazia, quando vuole, sa essere eterna perfino con gli strumenti della propria sopravvivenza. Così le cedole del 2026 arrivarono a marzo, con quella calma autorevole di chi si presenta in ritardo ma pretende ugualmente di essere accolto con rispetto.

Cominciò allora la distribuzione vera e propria. Dai luoghi della nostra nascita ai sindacati, e dai sindacati ai rappresentanti locali o centrali, secondo ruolo, competenze e tipo di utilizzo. Viaggiavamo per mani, cassetti, buste, bolgette, uffici. Nessuna sapeva ancora quale sorte l’attendesse. Alcune speravano di rimanere inutilizzate, intatte, dimenticate in qualche raccoglitore. Altre sognavano una vita breve ma gloriosa, spesa nel servizio.

Io, ingenuamente, pensavo ancora che sarei servita a semplificare qualcosa.

Non avevo capito nulla.

Non ero ancora stata scelta da nessun sindacalista. Non ero ancora stata unita in matrimonio a un Mod. 2 OO.SS. Non avevo ancora conosciuto il mio permesso, il mio giorno, la mia pratica. Ma sapevo che il mio numero era lì fuori, già noto a qualcuno. E quando una cedola scopre di essere registrata prima ancora di essere vissuta, capisce che il peggio non è morire. Il peggio è essere perfettamente tracciata.

Morale provvisoria
Ogni cedola nasce con un numero, una sigla e un destino. La modernità, invece, risulta tuttora dispersa.
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