Episodio 2 – Il matrimonio con il Mod. 2 OO.SS.

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Vita e morte di una cedola
Episodio II
Il matrimonio della cedola
Piccola epopea cartacea dei permessi sindacali

Per un certo tempo rimasi nell’attesa, insieme alle altre. Poi, un giorno, arrivò il mio momento.

Una mano mi scelse. Non con slancio, ma con quella cautela che si riserva ai documenti dai quali, se qualcosa va storto, possono nascere seccature. Fui staccata dal gruppo e capii subito che la mia infanzia era finita. Non ero più una cedola tra le altre: ero diventata una cedola in servizio.

Fu allora che conobbi lui: il Mod. 2 OO.SS.

Non so dire se fosse già vecchio quando lo incontrai o se appartenesse a quella specie di carte che nascono direttamente antiquate. Io ero un tagliandino numerato con ancora qualche illusione; lui era un foglio dell’anteguerra sopravvissuto a ogni promessa di semplificazione.

Il sindacalista cominciò a compilarlo e capii che non si trattava di un semplice incontro, ma di un vincolo. Il mio numero venne trascritto con cura. La carica andava indicata. I dati dovevano combaciare. E soprattutto il modulo doveva essere firmato proprio da chi stava usando il permesso, perché in questa storia anche l’assenza ha bisogno della sua presenza autografa.

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Fu così che avvenne il matrimonio.

Da quel momento io e il Mod. 2 OO.SS. eravamo inseparabili. Io non potevo presentarmi senza di lui. Lui non poteva dirsi completo senza di me. Eravamo una coppia amministrativa, unita non dal sentimento ma dalla procedura. A quel punto credevo che bastasse contare il tempo e allegare il necessario. Mi sbagliavo.

Io ero una cedola da un quarto d’ora, e in quel mondo il tempo non si governa al minuto. Il minuto, evidentemente, è una creatura troppo piccola per essere amministrata. Così si procede per quarti d’ora e, quando il tempo reale non coincide con la liturgia cartacea, si allega per eccesso. Non perché sia più giusto. Perché sotto il quarto d’ora il sistema non sa scendere.

Cominciò allora il viaggio.

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Dovevamo arrivare in segreteria, che avrebbe verificato la correttezza del nostro legame. Ma la segreteria non sempre aveva la cortesia di trovarsi dove serviva. A volte era altrove dislocata, mentre il Capo del Servizio, chiamato a firmare dopo la verifica della Segreteria, stava nell’edificio del dipendente. Così il modulo partiva, veniva controllato e poi ripartiva ancora, avanti e indietro, come se la carta avesse bisogno di movimento per sentirsi viva.

Io, il Mod. 2 OO.SS. e la firma del sindacalista attraversavamo corridoi, uffici, scrivanie e mani altrui. In segreteria non ci accoglievano come una coppia ormai formata, ma come un sospetto da esaminare. Tutto doveva tornare: numero, tipo di cedola, carica, tempo indicato, diritto all’uso di quella quota di monte ore. Sul tempo effettivo si approssimava pure per eccesso; sulla carta, invece, non era ammessa alcuna fantasia. Superata la verifica, restava la firma del Capo. E così il modulo tornava indietro per l’ultimo rito, raccogliendo una firma autografa in più e un po’ di polvere amministrativa.

Fu durante quel pellegrinaggio che cominciai a capire la verità.

Pensavo di essere nata per misurare il tempo sindacale.

In realtà ero nata per attraversare una filiera.

E fu allora che sentii affacciarsi, come un sussurro tra le pratiche, la parola che nessuna cedola vuole udire troppo presto:

punzonatura

Da quel momento capii che ogni matrimonio amministrativo contiene già la promessa della sua fine.

Morale provvisoria
Quando il tempo si misura per eccesso al quarto d’ora e un modulo deve fare avanti e indietro per raccogliere firme, non siamo dentro una procedura efficiente. Siamo dentro un rito.
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