Nell’Area Manageriale l’anno di assunzione è utile ai fini dell’anzianità solo se la presa di servizio avviene entro il 1° settembre.
La penalizzazione è circoscritta: riguarda l’anno di ingresso e produce uno slittamento secco di un anno. Dopo il primo passaggio, il sistema si riallinea su decorrenze comuni.
Nell’Area Operativa, l’anno di assunzione è utile ai fini dell’anzianità solo se la presa di servizio avviene entro il 1° gennaio.
La penalizzazione può trascinarsi nei passaggi successivi, incidendo sulla progressione per un periodo più lungo.
Il risultato è che due meccanismi formalmente simili producono effetti molto diversi.
In un caso l’impatto è contenuto e si stabilizza; nell’altro può diventare strutturale.
In un caso “12 mesi meno un giorno” non valgono nulla, che equivale a dire, nel caso più estremo, che 364 giorni valgono zero,
nell’altro “4 mesi meno un giorno” non valgono nulla, che equivale a dire che bastano 122 giorni per fare un anno.
Tra i due casi c’è una differenza enorme, da un lato ho una tolleranza di otto mesi, otto mesi di assenza che non penalizzano, dall’altro lato ho tolleranza zero: basta un solo giorno e perfino 364 giorni di lavoro spariscono.
Tempo, competenze, responsabilità, vita lavorativa reale che non conta. E allora la domanda è inevitabile: perché la regola “taglia” quantità di servizio così diverse? Il lavoro dell’Area Operativa vale meno?
Se la risposta è no, allora questa asimmetria non è un dettaglio tecnico: è un problema di equità.