Capire il sindacato. Fare sindacato. II episodio

Capire cos’è un sindacato è il primo passo. Ma per capire davvero cosa può fare oggi, bisogna guardare a come è nato e a come si è trasformato nel tempo.

La storia del sindacato non è una sequenza di date: è il risultato di conflitti, conquiste e cambiamenti profondi nel lavoro e nella società. Ripercorrerla serve a capire da dove vengono molti diritti che oggi diamo per acquisiti — e perché non lo sono affatto.

Oggetto:

Capire il sindacato. Fare sindacato.

Data di riferimento:

30 Aprile 2026

Episodio:

2

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Cenni sulla storia del sindacato

La storia dei sindacati è relativamente recente e si sviluppa nell’arco di circa un secolo e mezzo.

Nella seconda metà dell’Ottocento, in un contesto in cui lo Stato sociale non esisteva ancora, nascono le prime forme di organizzazione tra lavoratori. Le Società di mutuo soccorso avevano una funzione essenzialmente solidaristica: fornivano aiuto in caso di malattia, disoccupazione o difficoltà economica.

Con l’industrializzazione e il peggioramento delle condizioni di lavoro, queste forme evolvono. A partire dal 1870 nascono le leghe di resistenza e le federazioni di mestiere.

Le leghe di resistenza erano organizzazioni fortemente politicizzate, animate da principi che poi confluiranno nel sindacato moderno: erano costituite e dirette direttamente dai lavoratori, puntavano alla difesa concreta dei salari, dell’orario e delle condizioni di lavoro e utilizzavano lo sciopero come principale strumento di pressione e di tutela.

Le federazioni di mestiere, invece, avevano un’impostazione diversa: più autonome rispetto al potere politico, miravano a rendere omogenee le condizioni di lavoro all’interno della stessa categoria. Lo facevano attraverso la stipula di accordi e convenzioni collettive, che superavano le forme individuali e informali di trattativa con il datore di lavoro e iniziavano a estendere le tutele a tutti i lavoratori del settore.

Alla fine dell’Ottocento si sviluppano le Camere del lavoro, che da un’iniziale funzione di assistenza nell’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro diventano presto organismi di rappresentanza politica e sindacale di tutti i lavoratori impiegati in un determinato ambito territoriale.

Nel 1906 queste esperienze confluiscono nella Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), che elabora la prima forma di sindacalismo industriale come superamento di quello di mestiere e contribuisce a diffondere uno strumento centrale ancora oggi: la contrattazione collettiva.

Con l’avvento del Fascismo, la funzione del sindacato viene profondamente stravolta. Le organizzazioni dei lavoratori vengono progressivamente smantellate, anche con la violenza, e sostituite da un sistema sindacale controllato dallo Stato. Il sindacato perde la sua autonomia e non rappresenta più gli interessi dei lavoratori, ma viene integrato nell’apparato pubblico. Il pluralismo sindacale scompare e viene meno la possibilità di un confronto reale tra posizioni diverse. Si interrompe così il percorso di costruzione di una rappresentanza libera, che riprenderà solo dopo la fine del regime.

Cosa cambia con il Fascismo

Il sindacato fascista diventa l’unico sindacato ammesso, con natura pubblica e dirigenti nominati dall’alto.

Il pluralismo sindacale viene eliminato e lo sciopero diventa un reato.

La rappresentanza dei lavoratori viene sostituita da un sistema di controllo.

Dopo la caduta del Fascismo, i sindacati iniziano un percorso complesso di ricostruzione. Dalle esperienze precedenti rinasce la CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), inizialmente come sindacato unitario in cui convivono componenti diverse: cattoliche, comuniste, socialiste, anarchiche e indipendenti.

Questa unità dura poco. Nel clima politico del dopoguerra, segnato da forti contrapposizioni ideologiche, si arriva alla rottura: nel 1948 la CGIL si divide e, negli anni immediatamente successivi, nascono nuove organizzazioni sindacali. Nel 1949 si costituisce la UIL (Unione Italiana del Lavoro), espressione delle correnti repubblicane e socialdemocratiche, e nel 1950 la CISL (Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori), di ispirazione cattolica.

Si consolida così un sistema sindacale pluralista, in cui convivono più organizzazioni con identità e orientamenti diversi.

In quegli stessi anni nascono anche sindacati di settore. Tra questi, nel 1948, la FABI (Federazione Autonoma Bancari Italiani), che si propone fin dall’inizio come sindacato autonomo, apartitico e aconfessionale, con l’obiettivo di rappresentare in modo specifico i lavoratori del settore bancario.

Negli anni ’60 si apre una nuova stagione delle relazioni sindacali, segnata da una forte conflittualità tra lavoratori e datori di lavoro, in particolare nei grandi settori industriali. In questo contesto cresce il ruolo delle organizzazioni sindacali, che tornano ad agire con maggiore unità e diventano interlocutori centrali anche nelle scelte di politica economica.

Il momento più alto di questa fase si colloca tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’70. Nel 1970 viene approvato lo Statuto dei lavoratori, che introduce tutele fondamentali nei luoghi di lavoro e riconosce formalmente il ruolo delle rappresentanze sindacali. Negli anni successivi, attraverso rinnovi contrattuali e accordi importanti, si registrano significativi miglioramenti nelle condizioni economiche e normative dei lavoratori.

A partire dalla seconda metà degli anni ’70, però, il contesto cambia. La crisi economica internazionale, le trasformazioni del sistema produttivo e l’instabilità politica portano a un progressivo ridimensionamento della spinta conflittuale. I sindacati assumono posizioni più moderate e si rafforza il loro ruolo anche nella tenuta complessiva del sistema istituzionale.

Tra conflitto e conquiste: gli anni ’70

Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70 il sindacato raggiunge uno dei momenti di maggiore forza.

Vengono introdotte tutele fondamentali, tra cui lo Statuto dei lavoratori (1970), e si registrano importanti miglioramenti salariali e normativi.

È la fase in cui il sindacato incide maggiormente sulle condizioni di lavoro e sulle politiche economiche.

Negli anni ’80 emergono nuove tensioni: il tentativo di unificazione tra le principali confederazioni si interrompe e il tema della scala mobile diventa uno dei principali punti di scontro. In questo quadro si registra anche una crisi di rappresentatività, accompagnata dalla nascita e dalla diffusione di forme di sindacalismo di base, come i COBAS, soprattutto nei servizi pubblici e nel pubblico impiego.

Alla fine del decennio, però, il contesto economico e politico cambia profondamente: aumentano il debito pubblico, la pressione dei vincoli europei e le esigenze di controllo dell’inflazione. In questo scenario, il conflitto lascia progressivamente spazio alla ricerca di accordi più stabili tra le parti.

Negli anni ’90 si afferma così il modello della concertazione, basato sul confronto tra sindacati, imprese e governo.

Gli anni ’90: la concertazione

Negli anni ’90, di fronte a crisi economica, debito pubblico elevato e trasformazioni del sistema produttivo, i sindacati rivedono profondamente la propria strategia.

Si afferma il modello della concertazione: sindacati, imprese e governo si confrontano per gestire insieme le principali scelte economiche e del lavoro.

Con il protocollo del 1993 (cd protocollo Ciampi definito da G. Giugni “nuova carta costituzionale delle relazioni industriali”) viene definito un nuovo assetto delle relazioni industriali: nasce una struttura contrattuale a due livelli, con il contratto nazionale come riferimento principale e la contrattazione aziendale o territoriale con funzione integrativa.

Questo modello comporta anche scelte rilevanti: moderazione salariale, maggiore flessibilità del lavoro e un ruolo più forte della negoziazione rispetto al conflitto.

Cambia il ruolo del sindacato: da protagonista della mobilitazione a interlocutore stabile nei processi decisionali.

Nei decenni successivi, il sistema delle relazioni sindacali entra in una fase di crescente difficoltà. Un passaggio emblematico è rappresentato dalla cosiddetta “vicenda FIAT”, in cui si accentua il contrasto tra le posizioni dei sindacati e le scelte di politica industriale dell’azienda. In quel contesto emerge un elemento nuovo: il legislatore interviene in modo non neutrale, contribuendo a ridefinire gli equilibri tra impresa e rappresentanza sindacale.

Questo segna un punto di svolta: il sistema costruito negli anni precedenti mostra i suoi limiti e perde parte della sua capacità di garantire regole condivise.

La crisi economica del 2008 accentua ulteriormente queste dinamiche. I governi intervengono con riforme del mercato del lavoro orientate ad aumentare la flessibilità, incidendo su aspetti centrali come i contratti, le tutele e le modalità di impiego. Ne deriva un contesto più frammentato e instabile, in cui cresce la precarietà e si riduce la capacità di protezione collettiva.

In questo scenario, anche il sindacato è chiamato a ridefinire il proprio ruolo: da un lato deve confrontarsi con un mercato del lavoro più complesso e meno omogeneo, dall’altro deve recuperare rappresentatività e capacità di incidere in un quadro in cui gli spazi di intervento sono cambiati.

Nell’ultimo decennio, caratterizzato dalla rapida innovazione tecnologica legata all’intelligenza artificiale e da eventi eccezionali, come la pandemia da Covid-19, il sindacato sta affrontando nuove e ulteriori sfide che riguardano l’organizzazione del lavoro, gli squilibri tra domanda e offerta e le conseguenti ripercussioni sui diritti e sulle retribuzioni.

 

Breve storia della FABI

La FABI (Federazione Autonoma Bancari Italiani) nasce il 19 dicembre 1948 a Milano, in un contesto storico segnato da forti contrapposizioni ideologiche anche nel mondo sindacale. L’obiettivo è chiaro fin dall’inizio: offrire ai lavoratori bancari una rappresentanza autonoma, libera da legami politici e religiosi.

Si tratta, per l’epoca, di una scelta non scontata. La FABI si definisce infatti apartitica e aconfessionale, pur mantenendo come riferimento valori forti come giustizia, autonomia, libertà, democrazia, solidarietà, etica del lavoro e centralità della persona.

Già nel 1949 ottiene un risultato significativo: è l’unica organizzazione a firmare il primo Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del settore bancario. Un passaggio che segna fin da subito il suo ruolo nel sistema delle relazioni sindacali del credito.

Negli anni successivi, la FABI partecipa a tutte le principali fasi negoziali del settore, contribuendo alla definizione dei contratti collettivi e degli accordi a livello nazionale, territoriale e aziendale, in confronto con l’ABI e con le singole realtà del sistema bancario.

Oggi la FABI è il sindacato più rappresentativo del settore bancario in Italia, con oltre 100.000 iscritti e una presenza diffusa su tutto il territorio. Accanto all’attività sindacale, sviluppa anche attività di studio e analisi attraverso il proprio Centro Studi “Pietro Desiderato” e offre servizi agli iscritti, tra cui l’assistenza fiscale tramite i CAF attivi a livello nazionale.

Sul piano internazionale, la FABI è affiliata a Uni Global Union, la principale federazione mondiale dei sindacati del settore dei servizi.

Fonti:

International Labour Organization, Introducing the ILO – The UN agency for the world of work, 2022

Baldi F., Compendio di diritto sindacale, 2015, Maggioli Editore

Sistema informativo degli Archivi di Stato, Società di mutuo soccorso

Enciclopedia Treccani, Associazioni sindacali

La Costituzione della Repubblica Italiana, 1948

Legge 20 marzo 1970, n. 300

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