Riforma: la parola che non è mai neutra

Dopo gavetta e carriera, una nuova parola sotto la lente: riforma.

In italiano è una parola che arriva già con un giudizio attaccato. Diversamente da “cambiamento” o “modifica”, che restano neutri finché non si guarda al contenuto, riforma sembra annunciare in anticipo che il contenuto sarà buono.

Oggetto:

Le parole del lavoro

Data di riferimento:

16 Giugno 2026

Episodio:

3

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Da dove viene e definizione

Deriva da riformare, a sua volta da forma: dare di nuovo una forma, restituire forma a qualcosa che l’ha persa o che ne aveva bisogno di una nuova. È un verbo che presuppone un prima difettoso e un dopo migliore.

Treccani definisce la riforma come la modificazione sostanziale di uno stato di cose, di un’istituzione, di un ordinamento, attuata con metodo non violento, e che risponde a esigenze di rinnovamento e di adeguamento ai tempi.

Tre elementi tenuti insieme: la sostanza del cambiamento, che non è un ritocco; il metodo, graduale e non imposto con la forza; la direzione, verso il nuovo e verso l’adeguato. Non è quindi un sinonimo generico di “cambiamento”: è un cambiamento con una direzione di marcia precisa, quella del miglioramento. Per questo si parla di riforma agraria, sanitaria, fiscale, scolastica — espressioni che indicano sempre un prima inadeguato e un poi più giusto. E per questo, nella storia delle religioni, la Riforma con la maiuscola è il movimento che ha cambiato in profondità non solo le istituzioni, ma le coscienze.

Riforma o rivoluzione: chi decide

La storia del pensiero politico distingue da tempo riforma e rivoluzione, e non solo per intensità. L’Enciclopedia Italiana descrive la riforma come l’azione di poteri già costituiti, che agiscono gradualmente secondo un programma stabilito in anticipo, in contrapposizione al moto improvviso della rivoluzione: è per questo che si parlò, nel Settecento, di una vera e propria “età delle riforme”, quella dei sovrani illuminati, opposta al cambiamento violento della Rivoluzione francese.

Due letture lontane per collocazione politica, ma con un punto in comune: la riforma, a differenza della rivoluzione, è quasi sempre decisa da chi già detiene il potere di decidere. Non nasce da chi la subirà: viene proposta, scritta e attuata da chi governa l’istituzione che si vuole rinnovare. Questo non la rende sbagliata in partenza. Significa solo che la domanda su chi ci guadagna non può essere data per scontata soltanto perché la parola scelta è “riforma”.

Un'eccezione che dice molto

Il vocabolario registra anche un uso quasi opposto, e meno noto: nel linguaggio militare, “riformare” un soldato significa dichiararlo permanentemente inidoneo al servizio e congedarlo. Lo stesso vale, per estensione, per gli animali da soma riconosciuti inadatti. Qui “riforma” non significa rinnovare: significa escludere chi non risponde più ai requisiti.

È un uso marginale, ma utile a ricordare che anche una parola dal suono positivo può, in contesti specifici, indicare una semplice eliminazione presentata come provvedimento tecnico.

Perché la parola pesa

Proprio perché riforma porta con sé un giudizio di valore implicito — miglioramento, adeguamento, modernizzazione — usarla per descrivere un cambiamento equivale a chiedere, in anticipo, che quel cambiamento venga giudicato positivamente. Chi propone una trasformazione e la chiama “riforma” non si limita a descrivere cosa fa: orienta anche come vuole che venga percepita, e lo fa, come visto, da una posizione di chi decide e non di chi subisce.

Il problema non è la parola in sé. È la possibilità che venga usata a prescindere dal fatto che il cambiamento risponda davvero ai tre criteri del vocabolario: sostanza, metodo non impositivo, direzione di miglioramento — e a prescindere da chi, quel miglioramento, lo otterrà davvero.

La riforma Fornero, vista da chi paga il conto

C’è una riforma che non ha bisogno di troppe spiegazioni, perché in Italia la conoscono tutte e tutti: la riforma Fornero del 2011. Ed è proprio per questo che è l’esempio più utile.

La riforma Fornero ha innalzato l’età pensionabile e inasprito i requisiti di accesso alla pensione. Ha anche prodotto un effetto diventato il simbolo dell’intera vicenda: gli esodati, lavoratrici e lavoratori che avevano già lasciato il posto contando sulle vecchie regole, e che si sono trovati senza stipendio e senza pensione, in attesa di requisiti che si allontanavano.

Vista dal lato di chi ha dovuto lavorare più anni del previsto, o di chi è rimasto senza reddito per anni, è stata un peggioramento netto delle condizioni di vita. Vista dal lato dei conti pubblici, ha reso il sistema pensionistico più sostenibile nel tempo.

Stesso provvedimento, due bilanci opposti, perché il costo e il beneficio non cadono sulle stesse persone. Nessuno, oggi, contesterebbe che fosse una riforma in senso tecnico — sostanziale, non violenta, motivata da un’esigenza reale, decisa da chi aveva il potere di deciderla. Ma quasi tutti, in Italia, la ricordano per quello che ha tolto, non per quello che ha aggiustato. È il caso più chiaro per ricordare che la parola “riforma” descrive una direzione di marcia, ma non dice da sé verso il miglioramento di chi.

E la riforma dell'Area Operativa?

Applicando lo stesso criterio al progetto in corso sull’Area Operativa, oggi abbiamo cinque elementi già emersi: l’eliminazione di alcuni gradi della scala del profilo operaio, la conferma del livello “Operaio di 3ª junior” — nato per esigenze specifiche dello Stabilimento Banconote — come livello generale di primo ingresso, l’eliminazione totale dei gradi del profilo amministrativo, salvi i due segmenti già esistenti di fatto, l’intenzione di agganciare almeno una parte della progressione economica a criteri di merito non ancora definiti con chiarezza, al posto degli automatismi di grado e degli scatti automatici e un possibile arretramento di mansioni e responsabilità nel segmento Supervisori, descritto attorno all’affiancamento delle risorse più junior.

Da questi cinque elementi nasce un ragionevole dubbio, non una certezza: che la riforma metta meno risorse economiche complessive, o che le agganci a criteri discrezionali e poco trasparenti, riducendo nel frattempo anche il riconoscimento formale delle responsabilità. Non abbiamo ancora i numeri per dimostrarlo. Ma abbiamo elementi sufficienti per sospettarlo, e per chiederlo con chiarezza prima che la struttura venga definita.

Se questo dubbio fosse confermato, il progetto assomiglierebbe più a una riforma Fornero — che riequilibra i costi a favore del bilancio — piuttosto che a una riforma pensata per migliorare le prospettive di carriera e le condizioni economiche di chi la subisce.

C’è poi un secondo elemento da tenere a mente. Non conosciamo la cifra esatta investita nella riforma dell’Area Manageriale del 2016, ma che si sia trattato di risorse economiche significative è abbastanza evidente.

Proprio per questo, sarebbe ragionevole aspettarsi un impegno economico almeno equivalente per l’Area Operativa — non un risparmio. Non per “recuperare” una spesa passata: semplicemente perché, se si è scelto di investire molto su un’area, la coerenza vorrebbe un investimento comparabile sull’altra, almeno per non lasciare che la forbice retributiva tra i primi e gli ultimi gradi della scala professionale continui ad allargarsi. Il segnale che si vorrebbe evitare è uno solo: che i risparmi si concentrino proprio nell’area già meno retribuita, mentre altrove le risorse più importanti sono già state messe a disposizione.

Per saperlo con certezza servono i numeri: quanto è costata la riforma dell’Area Manageriale, quanto si prevede di investire in quella dell’Area Operativa, e come si distribuiscono le risorse tra le diverse aree e i diversi gradi. Sono dati che ci auguriamo la Banca vorrà condividere.

 

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