Quando un diritto già dovuto entra in un pacchetto negoziale, viene trasformato da obbligo in concessione.

Il risultato è una contrattazione più debole: tempo e spazio destinati a discutere ciò che può davvero essere migliorato vengono assorbiti da ciò che dovrebbe essere già applicato.

La distinzione è semplice: ciò che è discrezionale si tratta; ciò che è dovuto si recepisce. Confondere i due piani produce tre effetti distorsivi.

Oggetto:

Diritti e doveri

Data di riferimento:

3 Agosto 2026

Episodio:

2

Notizia:

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Il diritto diventa una concessione

Il primo effetto riguarda il racconto.

Quando un diritto già spettante viene portato al tavolo e infine riconosciuto, il suo recepimento può essere presentato come il risultato di un negoziato riuscito.

In Quando i diritti diventano favori abbiamo descritto un’operazione simile compiuta attraverso il linguaggio della comunicazione interna: un diritto veniva ricondotto alla sensibilità del capo o alla capacità individuale di trovare un equilibrio tra vita e lavoro.

Chiudevamo quell’articolo ricordando che i diritti si riconoscono e non dipendono dalla disponibilità di qualcuno. A quell’elenco va aggiunta un’altra voce: i diritti non si scambiano, non sono oggetto di trattativa, non si negoziano.

Cambia il luogo nel quale avviene la trasformazione. Prima era la narrazione aziendale, ora è il metodo negoziale. Il risultato resta lo stesso: chi riceve ciò che gli spetta può essere indotto a considerarlo una concessione e a ringraziare qualcuno per averla ottenuta.

Il caso dei congedi parentali rende evidente il meccanismo. La disciplina nazionale che, in presenza delle condizioni previste, ha portato a tre i mesi di congedo indennizzati all’80 per cento è applicabile dal 1° gennaio 2025. Oltre un anno e mezzo dopo, il suo recepimento interno è ancora incompleto. Altre novità entrate in vigore nel 2026, tra cui l’estensione fino ai 14 anni del congedo parentale e della malattia dei figli, attendono ancora un pieno adeguamento delle regole e delle procedure interne.

Ne abbiamo parlato nell’articolo Congedi parentali: le novità ci sono, ma la 291 resta ancora indietro.

Nel frattempo, alcune persone possono avere utilizzato ferie o altri permessi, rinunciato a un congedo o perso la possibilità di esercitarlo pienamente.

Quando infine il diritto verrà recepito, il ritardo rischierà di scomparire dal racconto. Rimarrà soltanto l’annuncio del risultato raggiunto.

La contrattazione si indebolisce

Il secondo effetto riguarda direttamente l’attività sindacale.

Un diritto fondato su una norma o su un orientamento giurisprudenziale consolidato non diventa negoziabile perché l’Amministrazione ne ritarda l’applicazione.

Il suo recepimento può richiedere risorse, modifiche organizzative o interventi sui sistemi, ma non può essere contabilizzato come un’apertura negoziale alla pari delle materie sulle quali la Banca dispone di una reale possibilità di scelta.

Il personale paga così due volte: attende ciò che gli spetta e vede poi il suo riconoscimento occupare tempo ed energie che potrebbero essere dedicati a retribuzioni, organizzazione, condizioni di lavoro e nuove tutele.

È quanto accade nei casi della retribuzione feriale e del buono pasto per chi lavora in telelavoro, approfonditi negli articoli Ferie e stipendio: sei sicuro di ricevere quello che ti spetta? e Buono pasto: una battaglia iniziata per il telelavoro che oggi riguarda tutte e tutti.

Sulla retribuzione feriale la nostra richiesta è rimasta senza risposta. Il buono pasto è stato invece inserito nella trattativa sull’orario di lavoro, senza che sia stata ancora risolta l’evidente disparità di trattamento tra persone che lavorano per la stessa Amministrazione.

Questa prassi indebolisce collettivamente la rappresentanza: non occorre escludere i sindacati dai tavoli; basta occupare quei tavoli con diritti già dovuti, sottraendo tempo e spazio alla contrattazione vera. La confusione tra diritti e materie negoziali riduce così il terreno sul quale tutte le organizzazioni sindacali possono esercitare il proprio potere contrattuale.

L'impotenza che si accumula

Il terzo effetto ricade sulle persone.

Chi lavora in Banca d’Italia vede una legge dello Stato entrare in vigore con mesi di ritardo, orientamenti giurisprudenziali consolidati rimanere senza seguito e richieste fondate non ricevere risposta.

Questa prassi abitua il personale a considerare incerti persino i diritti già riconosciuti. Ciò che dovrebbe essere disponibile attraverso una procedura ordinaria diventa qualcosa da chiedere, sollecitare e attendere. In questo modo si accumulano così avvilimento, sfiducia e rinuncia. Sono sensazioni che consumano la speranza che qualcosa possa cambiare, distruggono il senso di appartenenza a un’istituzione che si vorrebbe sentire propria e minano alle fondamenta quella fiducia reciproca della quale abbiamo scritto in Carriera unica e in Quando i diritti diventano favori.

Ermanno Rea, nella Fabbrica dell’obbedienza, ha descritto il percorso attraverso il quale il cittadino consapevole può essere trasformato in suddito consenziente. Il meccanismo non richiede ordini espliciti. È sufficiente che chi chiede il rispetto delle regole si senta isolato, tema di pagarne le conseguenze e perda progressivamente la speranza che insistere possa servire. L’obbedienza arriva allora attraverso la rinuncia.

È qui che serve il sindacato

Chiedere l’applicazione di una norma dovrebbe essere un atto neutro. Per una singola persona spesso non lo è: espone, richiede tempo ed energie e impone di contraddire prassi consolidate o decisioni del proprio contesto di lavoro.

Un sindacato serve a sottrarre quella persona alla solitudine, prendendo in carico collettivamente un diritto che può riguardare anche un solo caso, ma appartiene a tutte e a tutti.

Il congedo non goduto può riguardare una collega. Il diritto a utilizzarlo riguarda chiunque diventi genitore.

Una riduzione della retribuzione durante le ferie può interessare oggi una parte del personale. Il principio riguarda chiunque abbia diritto a riposare senza essere penalizzato economicamente.

Difendere un caso individuale significa impedire che lo stesso problema venga scaricato domani su altre persone.

Cosa abbiamo fatto e cosa faremo

Le richieste rimaste senza risposta compaiono nella ricognizione dei protocolli in sospeso che abbiamo pubblicato e che continueremo ad aggiornare.

Dobbiamo però rivolgere una domanda anche a noi stessi.

Il riconoscimento di un diritto già dovuto può essere facilmente presentato come una conquista sindacale. Accettare la logica del pacchetto può quindi risultare conveniente anche per chi siede dalla nostra parte del tavolo.

Riconoscerlo è la premessa necessaria per cambiare metodo.

Da questo momento terremo distinti i due piani.

Sulle materie discrezionali continueremo a negoziare, perché è lì che la contrattazione può produrre condizioni migliori, distribuire risorse e scegliere tra soluzioni diverse.

Per i diritti già dovuti chiederemo una sede separata: un tavolo tecnico di recepimento, con tempi certi per aggiornare circolari, causali, procedure e sistemi dopo l’entrata in vigore di una norma o il consolidarsi di un orientamento giurisprudenziale rilevante.

In quella sede non devono esserci scambi o compensazioni. Deve essere verificato che ciò che vale già nell’ordinamento trovi applicazione effettiva anche in Banca.

Denunciamo questa prassi per ciò che è: un modo sottile di indebolire le relazioni sindacali, consumando spazio, tempo e forza contrattuale su questioni che dovrebbero essere già risolte.

Il meccanismo funziona soprattutto quando rimane invisibile.

Renderlo riconoscibile e denunciarlo è già metà del lavoro.

L’altra metà consiste nel separare le sedi, pretendere risposte e utilizzare tutti gli strumenti che l’ordinamento mette a disposizione delle organizzazioni sindacali.

Serve anche il vostro sostegno

Un sindacato può portare al tavolo argomenti solidi, documenti, norme e sentenze. Non può costruire da solo il peso della rappresentanza.

Vi chiediamo tre cose.

Segnalateci ciò che non funziona.
Un ritardo nel recepimento di una norma, una causale assente dalle procedure, una voce che scompare dal cedolino durante le ferie. Ogni segnalazione ci aiuta a capire quante persone siano coinvolte e quali conseguenze concrete abbia prodotto il problema.

Potete scriverci a segreteria@fabi-bi.it.

Fateci sapere se volete partecipare.
La partecipazione può assumere forme diverse, in base al tempo e all’impegno che ciascuno può offrire: dalla semplice adesione a una singola iniziativa o dalla segnalazione di informazioni utili, fino a un coinvolgimento più diretto.

Ogni contributo è prezioso. Manifestare interesse non comporta impegni o costi e ogni eventuale passaggio sarà valutato insieme alle persone coinvolte.

Sostenete questo modo di fare sindacato.
Se condividete un’impostazione fondata su analisi documentate, richieste verificabili e distinzione chiara tra ciò che si negozia e ciò che si applica, l’iscrizione alla FABI-BI è il modo più diretto per darle maggiore forza.

Un diritto riconosciuto in ritardo rimane negato per tutto il tempo dell’attesa.

Con più persone al nostro fianco possiamo ridurre quell’attesa.

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